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I sapori del mistero

L'amore ai tempi della soia

di Silvia Pedretti

Produco paranoie dal 1989.

 

Non ci speravo neanche più di innamorarmi. Avevo smesso di stalkerare i ragazzi sui social, smesso di ipotecare futuri con persone che nel mio cuore vivevano in affitto, in nero molto spesso. "L'amore è una bugia perpetrata troppo a lungo", mi dicevo. Poi venne giugno, il matrimonio di Luca; incredibile che anche mio fratello avesse ceduto alla nota illusione. Non ci volevo nemmeno andare, mi tormentava il pensiero dei parenti che come pietre rotolanti mi sarebbero franati tutti addosso con le loro domande inopportune: "E tu, quando ti sposi? Ma ce l'hai il fidanzato? Ma perché non l'hai portato? Ma non sei presbite, vero?". Un'ansia simile stava un gradino sotto a quella che provavo quando mi torturavano con le domande sul cibo. "Vegana?! Ma perché? Non sai cosa ti perdi! Sai cosa ti perdi? Ma il tuo medico cosa dice?". Mangiare in pubblico era sempre un calvario per me. Così, mi feci forza al momento di sedermi al tavolo del ricevimento, dopotutto sarebbero passate solo quattro o cinque ore prima di poter tornare a casa. "Il menu vegano è per lei, giusto?" - chiese il cameriere con fare un po' spazientito, forse per i 304 gradi della sala o forse, anche lui, per le mie scelte alimentari. "Sì!" - dicemmo all'unisono. Quella fu la prima di molte altre cene felici e rigorosamente vegane. Assurdo che sia passato già un anno. Stasera cucina lui, per festeggiare l'anniversario e la casa nuova. "Buonasera fanciulla!". "Stai ancora preparando! Avevi detto una cosa semplice...". "Ma è un'occasione speciale!" - dice con un sorriso malizioso, mentre fa a pezzi una zucchina”. Poi un grido. "Oddio, ti sei fatto male?". "No, dai, è solo un graffio...". Peccato che dal taglio sul suo dito esca sangue, e io lo odio proprio il sangue, mi fa pensare agli animali morti ammazzati, che schifo. Lo scempio di quei macelli, quanti video abbiamo visto, costringendoci a non chiudere gli occhi, perché sono tutti troppo bravi a chiudere gli occhi. "Dai, amore, non fare quella faccia, siediti che è pronto". "Cosa mangiamo di buono?". "Sei impaziente eh... Allora: ravioli ripieni di tofu ed erbette, insalata di sedano rapa e poi...". Il suo sguardo vaga come in cerca delle parole giuste. "Polpette di soia. E per dessert un budino. Vegetale, ovviamente". Arriviamo in fretta al secondo, le polpette di soia. "Buonissime, come le hai fatte?". "Coi fiocchi di soia... Le patate schiacciate, cipolla, carota, sale e pepe. Amalgami tutto e friggi, semplice". "Sono perfette. Ma le tue hanno un colore diverso... Ti sei preso quelle più bruciate al posto mio, vero? Che tenero!". "Sì..." – ridacchia lui nervosamente. "Ma dai, non dovevi. Andiamo a vivere insieme, ormai queste gentilezze da fidanzatini non servono più, fammi assaggiare". "No!" C'è il terrore nei suoi occhi, faccio appena in tempo a vederlo, come un'ombra che rende il suo sguardo più acceso. Ma ormai è troppo tardi. Ho assaggiato, e ora sto masticando la paura, la deglutisco a fatica, mi sale la nausea. "Ma in queste polpette... C'è carne!". Sgrano gli occhi, soffoco un urlo, mi gira la testa. Non posso credere di essere stata di nuovo vittima di una menzogna, ingannata, tradita. "Ma amore, ti posso spiegare! Solo le mie polpette, le ho preparate a parte, le tue sono di soia, lo giuro!". "E perché tu mangi la carne, adesso? Cos'è questa storia? Da quanto va avanti?". "Sono quasi tre mesi" – dice abbassando lo sguardo. Ma il senso di colpa non gli basterà per farla franca, questa non può proprio passare. "Cosa fai? Amore, ma che fai, sei impazzita?!" Solo un graffio. Peccato per tutto quel sangue.