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I sapori del mistero

Rivelazione al cioccolato

di Federica Muti

Federica, 36 anni, Reggio Emilia. Sono laureata in Scienze della Comunicazione, lavoro nel settore moda. Letteratura e yoga sono le mie passioni, insieme alla mia gatta Matilda.

 

Oggi ho rinnovato la patente, senza ritrovare nemmeno una goccia dell’entusiasmo di quando l’avevo presa. Oggi di anni ne ho quaranta e mi pesano, quanto i conti aperti che porto in tasca: ho ucciso un uomo.

È successo un anno fa, a novembre. Sento ancora l’odore di morte. Vedo le lamiere contorcersi, le fiamme divampare. Io che perdo i sensi e che non avrei più voluto ritrovarli. Nel giro di pochi giorni invece ero stato dimesso dall’ospedale, mentre l’uomo sull’altra automobile era morto. Omicidio colposo, diceva la legge. Delitto, avevo sentenziato io, che sapevo tutto quel che avevo fatto quella notte.

Lui era sposato, quest’anno avrebbe compiuto quarant’anni come me. Il giorno del suo funerale un impulso mi aveva portato al cimitero. Da lontano, al riparo di un abete, avevo visto sua moglie. Una donna esile, nascosta tra i lunghi capelli castani. Di fronte a quel che avevo sentito guardandola, credo anche il migliore dei poeti sarebbe rimasto senza parole.

Avevo scoperto che si chiamava Sara e che era proprietaria di un agriturismo sperduto tra i boschi, rinomato per la selezione di cioccolato che Sara offriva ai suoi clienti insieme al caffè. Mi ero arrovellato su come poter arrivare a lei, fino a quando una trasferta di lavoro in Svizzera mi aveva fornito la soluzione: mi ero imbattuto in un’azienda di cioccolato d’alta qualità, unica nel creare tavolette di cioccolato mischiato a petali di fiori. Avevo comprato tutti i gusti disponibili.

Ero andato nell’agriturismo di Sara durante le vacanze di Natale. Stringevo la cassetta di cioccolato tra le mani. L’amicizia con Sara era partita da lì, ed era cresciuta, insieme al mio senso di colpa per aver ucciso il marito. Lei sapeva che ero io l’uomo che l’aveva investito, ma ignorava il resto. Tutti i giorni pensavo a come dirglielo, senza trovare il coraggio. Poi era stata Sara a spiazzare me, dicendomi in un’assurda sera di luglio di non volermi più vedere. L’estate senza Sara si era trascinata via, portando con sé la mia speranza.

L’autunno avanzava senza che Sara mi avesse mai cercato. Alcuni giorni dopo il primo anniversario dell’incidente, inaspettata come neve nel deserto, era arrivata una sua telefonata. Mi chiedeva di raggiungerla all’agriturismo per assaggiare un nuovo tipo di cioccolato. Avevo accettato. Mi ero promesso che le avrei confessato tutto: che quella maledetta notte non mi dovevo mettere al volante, non dopo tutti gli antidepressivi che avevo buttato giù.

 

“Ciao Marco.”

“Ciao Sara.”

“Già un anno è passato” mi sussurra.

“Mi sembra ieri” le rispondo.

“Arrivo dal cimitero.”

“Immagino siano giorni molto duri.”

“Non saprei, Marco. Ho bisogno di raccontarti. Mi sento in colpa, con mio marito e con te.”

“Tu? In colpa?”

“Terribilmente. L’ho sposato perché volevo un figlio” una lacrima le rotola sulle labbra. “Non l’amavo. La sera dell’incidente lui stava andando in farmacia per prendermi degli stupidi ormoni. Non mi avesse mai incontrata, non sarebbe in quella tomba.”

“Non dire così” le stringo una mano.

“Non essere gentile con me. Non lo merito. Credi che non vedessi quanto il senso di colpa ti logorasse? Ogni sera all’agriturismo te lo leggevo in faccia, ma non ti ho mai detto niente.”

“Sara, non eri tu a dovermi assolvere. Con quello che ho fatto a tuo marito.”

“Non più di quel che ho fatto io. Tu almeno hai cercato di aiutarmi, mentre io mi appoggiavo a te ma amavo un altro… lo stesso uomo con cui tradivo mio marito.”

Scivolo in un pozzo, mentre non resta più spazio per la mia promessa e nemmeno per il cioccolato.