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I sapori del mistero

I morti non bevono caffè

di Gianluigi Fanelli

Gianluigi Fanelli nasce a Bari nel 1987. Dopo essersi diplomato al Liceo Artistico “G. De Nittis” di Bari, si trasferisce a Bologna per proseguire gli studi all’ Accademia di Belle Arti. 
Nel 2012 consegue il diploma accademico di II Livello in Illustrazione per L’Editoria, presentando un lavoro illustrato sulla fiaba musicale di “Pierino e il lupo”.
Nello stesso anno, lavora come redattore presso la Redazione Flashfumetto.
Nel 2014 inizia la realizzazione di lavori grafici presso il settore Comunicazione e Stampa di Arci MODENA (Servizio Civile). Recentemente ha lavorato in qualità di grafico per la Panini Comics, curando numerosi volumi Marvel. Inoltre ha progettato illustrazione e apparato grafico del manifesto per il premiato cortometraggio “Non Dimenticare”, del regista barese Francesco Tota.
Attualmente lavora come insegnante di sostegno presso la Scuola secondaria di I° “D. Alighieri” di Nonantola.

Che il caffè e la morte si fossero scambiati una promessa di matrimonio in quell’estate del 1950, il detective Cold non poteva saperlo. Erano giorni di fuoco a Las Cenizas e non solo per le temperature che l’avevano eletta a “città più calda della California”, come amavano ricordare i meteorologi. In quel ring di cemento e asfalto, affollato da anime perdute, Vincent Cold aveva imparato a picchiare duro. Eppure, nelle ultime dodici ore, un inferno inedito e personale lo aveva travolto, costringendolo al tappeto. Le prove di quella inconfutabile verità galleggiavano davanti a lui, nella luce pallida di una ministeriale: referti medici, foto delle scene del crimine e delle autopsie, tutto emergeva dalla superficie laccata della scrivania, restituendo al suo sguardo stanco una storia torbida e tuttavia incompleta.

Erano le due del pomeriggio quando al n°3 di Memento Drive, Sheryll Gallagher fu trovata morta, con la testa infilata nel forno. Malgrado la vita li avesse divisi da tempo, la vista di quell’orrore cominciò a scalfire il ricordo che Cold aveva di lei. Per un momento tornò a quei capelli rossi da irlandese cattolica e a quel primo bacio, che si scambiarono in una tiepida primavera del 1922. Una dolcezza effimera, immune all’oblio degli eventi.

Sei ore dopo, il sospetto di Cold divenne certezza: qualcuno stava giocando con i fantasmi del suo passato, dissotterrando le spoglie felici di una vita lontana. Il corpo di Laura Malone fu ritrovato in uno squallido vicolo di Skin Road, a pochi passi dal quartiere pettinato della città. Un piede di porco le aveva rammentato una verginità bruciata. Fu grazie a lei che il giovane Cold imparò a familiarizzare col cuore di una donna e col segreto tra le sue gambe. Tuttavia, il suo amore per Hollywood finì per annebbiarla. Partì per Los Angeles, lasciandosi dietro un letto disfatto e una lettera di scuse mai scritta. Trovarla morta gli fece capire come la risacca di quei sogni infranti l’avesse riportata indietro, condannandola alla misera esistenza di una squillo da marciapiede. Una vita spezzata per un cuore spezzato.

L’orologio del Bureau segnava le tre del mattino, quando Cold fece appello all’ultimo barlume di lucidità rimastogli. Scrutando tra le prove, si accorse di aver trascurato un dettaglio tanto piccolo quanto essenziale. Sulle scene del crimine erano stati rinvenuti dei biglietti da visita senza alcun tipo di indicazione, salvo una successione di parole dalla grafia incerta: I MORTI NON BEVONO. In una stanza sgombra da respiri umani, quel messaggio sussurrato suonò incompleto. Tutt’a un tratto, un’ombra venne fuori dal buio, sorprendendolo alle spalle. Ma prima di poter reagire, una nera voragine lo inghiottì, portandosi al guinzaglio un’ultima parola, urlata a squarciagola: «CAFFÈ!».

Il senso di quel messaggio, fu chiaro non appena sveglio. Le natiche di Vincent Cold erano destinate a fumare sulla sedia elettrica e il tormento della colpa, in quell’incubo assurdo, si era mescolato alla prosa di Chandler, la sua ultima lettura. La realtà e la finzione si erano date appuntamento, quella notte, e i fantasmi che si portava dentro ne avevano suggellato l’incontro. Ma era ormai troppo tardi per pentirsi dell’al di qua.

I passi di Buddy Rifkin riecheggiarono in tutto il miglio. Quel Caronte in uniforme si attestò davanti alla sua cella, stringendo tra le mani una tazza di caffè nero fumante, per recitare quella formula che conosceva bene. Che il caffè e la morte si fossero scambiati una promessa di matrimonio in quell’estate del 1950, Vincent Cold lo sapeva bene.