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Una storia di cronaca

Il giornalismo non è morto: si è suicidato

di Alessandro Tamisari
Sono Alessandro Tamisari, ho 23 anni e scrivo narrativa da quando ne avevo 15. Amo un buon horror (in particolare "Misery" di Stephen King o, in generale, tutti i suoi libri) quanto un mistero strutturato alla perfezione (l'investigatore Philip Marlowe creato da Raymond Chandler è un personaggio che mi è molto a cuore). Dopo aver scovato per caso "Paura e Delirio a Las Vegas" del giornalista americano Hunter S. Thompson, mi sono interessato anche al mondo della non-fiction.

Solo il 57,2% di over 60 piangerà la morte del giornalismo tradizionale quando il suo battito cardiaco raggiungerà lo zero. Per l'88% di under 17, invece, quello sarà un giorno come gli altri. Dopotutto, per loro non è mai esistito.

Questi dati, forniti dall'annuario statistico dell'Istat, sembrano sconvolgenti ma, in realtà, non hanno proprio nulla di sorprendente. Ai giovani italiani non interessa più leggere quando la televisione, la radio ed internet trasmettono informazioni facilmente consumabili mentre si guida, si cena e senza dover uscire di casa. Infatti, stando anche ai dati forniti dalla Federazione Italiana Editori Giornali, l'intera industria editoriale è in lenta agonia dal 2005, anno nel quale Facebook è diventato un fenomeno mondiale e, secondo il 14esimo Rapporto sulla Comunicazione Censis, anche principale sito di informazione per il 75% della popolazione italiana under 30. Internet ha sdoganato l'informazione quando è passato da lusso a deliziosa e comoda necessità, e Facebook è il risultato della sua naturale evoluzione tecnologica.

I giornali hanno un aroma inconfondibile e sono molto gradevoli al tatto, ma si strappano, si bagnano e si stropicciano. Leggere richiede molta attenzione e dedizione, e diventare un giornalista di professione è più un atto legato alla fortuna che alla bravura. Mentre, grazie ad internet, tutti sono un pubblico e quindi tutti possono essere qualcuno. Chiunque con abbastanza carisma può riportare una notizia sulla propria pagina di Facebook ed essere seguito da migliaia di persone, e più quel numerino sale, altrettanto lo fanno le probabilità di trasformare quell'hobby in un vero e proprio lavoro. L'incontro tra l'amatoriale e la ricerca di una propria professionalità è ciò che trasforma quelle parole su schermo in qualcosa di concreto ed importante per i lettori sempre che siano scritte in buona fede, ovviamente. Veridicità e professionalità, d'altro canto, sono garanzie del giornalismo tradizionale, ma se quelle notizie vengono espresse con parole poco comprensibili, soprattutto quelle riguardanti l'economia e la politica, a nessuno importerà della loro esistenza anche se sono vere.

Coinvolgere attivamente i lettori: questo è il significato di quelle percentuali e la grande sfida dei giornali moderni. Una sfida che sembra già persa quando non puoi commentare sotto un giornale mentre, con Facebook, puoi farlo leggendo tutte le notizie dal mondo gratuitamente ovunque tu voglia prima che diventino obsolete il giorno seguente.

Se il giornalismo morirà, non sarà colpa di internet ma dei giornali stessi. E non sarà morte naturale: ma suicidio.