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Una storia di cronaca

Mali minori

di Orazio Luongo

Laureato in Scienze politiche. Se lo chiamate dottore però, non si gira. Ha lavorato principalmente nel settore delle telecomunicazioni e per due anni ha avuto anche la fortuna di lavorare come addetto di libreria. Legge come se non ci fosse un domani. Scrive per diletto e per difetto. Recentemente qualcuno si è accorto di lui pubblicando il suo racconto breve "Meraviglie". Curioso di vocazione, crede che la parola e il dialogo, se non salveranno il mondo, almeno potranno aiutarlo ad essere un posto migliore.

Per molti, il Mali è solo un paese dell’Africa. Uno di quelli che si fa fatica ad indicare sulla cartina. Uno dei tanti che andrebbe aiutato a casa propria. Insomma, per farla breve, uno di quelli di cui si sa poco e niente. Eppure, di recente, di occasioni per parlare di questo piccolo paese dell’Africa occidentale ne avremmo avute.

Se fossimo andati oltre la superficie, avremmo scoperto che il Mali è un paese con il reddito pro capite tra i più bassi al mondo. Un paese dove oltre un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Dove arrivare a spegnere sessanta candeline non è roba per tutti, ma anche spegnerne una soltanto non è poi così scontato: il Mali è infatti tra i primi dieci paesi al mondo per tasso di mortalità infantile. Avremmo scoperto che con un tasso di alfabetizzazione del 30%, anche leggere e scrivere è un lusso per pochi, in Mali.

Avremmo potuto capire che da tutto questo, dalla miseria, ma anche dalla guerra, dall’Isis, da questa specie d’inferno sulla Terra, scappare è più che normale. Proprio come hanno fatto quei due ragazzini che un bel giorno, insieme a tanti altri loro coetanei, hanno preso, e son scappati. Provate a restarci voi sul binario morto della vita. Lasciati alle spalle i campi in terra battuta del loro paese, in cui tra un calcio al pallone e un’occhiata a youtube, sognavano di ripetere le stesse gesta dei loro connazionali approdati nei più grandi club europei, i due ragazzini presto però hanno dovuto fare i conti con la dura realtà: la lunga traversata nel deserto; la Libia, con le sue gabbie e le sue torture; e poi il mare. Sconfinata promessa di un futuro migliore ma anche implacabile cimitero di sogni e speranze. Infine, l’Italia. Con l’accoglienza di tanti e le maledizioni di altrettanti.

Oggi, quei due ragazzini, divenuti nel frattempo giovani adulti, li conosciamo tutti. Uno, in spregio al pericolo, ha scalato la facciata di un palazzo parigino a mani nudi mettendo in salvo la vita di un bambino, l’altro, bracciante sindacalista in Calabria, dopo essere stato barbaramente assassinato, è già diventato il simbolo di un’umanità dolente ma resistente. Due giovani africani che hanno fatto della solidarietà e dell’altruismo la cifra del loro vissuto quotidiano. Due uomini venuti dall’inferno a cui è stata tesa una mano, che a loro volta hanno teso al prossimo. Ma anche migranti, che con le loro storie hanno smesso per sempre di essere solo dei numeri per diventare uomini in carne ed ossa. I loro nomi sono Mamadou e Soumayla. Figli di un dio minore. Ragazzini che hanno attraversato senza paura quest’epoca di egoismi e chiusure. Venuti dal Mali, ma dopotutto, mali minori.