<< indietro
Una storia di cronaca

Approdo al dolore

di elisabetta groppo

35 anni, e mezzo. Bolzanina. Domiciliata a Ferrara fino a giugno 2016, per studio. Ora a Milano. Cinema, narrativa (letteratura in genere), musica. Chi ne ha (da consigliare), più ne metta. In contemplazione.

È una fredda mattina di dicembre, quando le prime soffuse luci della città fanno della nebbia una rugiada cristallina. Sul pontile un nuovo arrivo.

Ermes, vecchio pescatore in pensione e nostalgico dell’alba che si innalza tra i pali e gli scafi del porto, fa un incontro terrifico, quella stessa mattina di dicembre. Curioso lupo di mare, non ha resistito ad aprire la sospetta scatola di legno appena sbarcata. Dopo aver allertato le forze dell’ordine attraverso l’amico Gennaro del chiosco Margherita a pochi passi dal molo, si è ritirato in un silenzio inavvicinabile.

È dal brigadiere Vanzelli che veniamo a conoscenza di scarne informazioni: un corpo di donna, morta, è stato reperito in un contenitore di legno, chiuso da un lucchetto. Il medico legale non si sbilancia sulla data del decesso, che non sembrerebbe risalire a più di 48-72 ore addietro.

Una donna, giovane donna. Dai tratti slavi, capelli rosso vermiglio, tinti.

Sopra il metro e settanta, denutrita, da quanto si evince dal disegno delle ossa. Non segni di traumatismo che possano aver giustificato il decesso, non fori, cute integra, almeno quella. “L’autopsia ci fornirà dettagli più specifici”.

Non sarà la dissezione del cadavere a raccontare quella che è stata la vera fine di Joanna. Nina per gli amici e la madre che non ha smesso di versare lacrime, che non trova le forze per sciogliere il contorcimento di membra in cui ha rifugiato la propria vergogna.

Da anni Nina era lontana, in balia della propria bellezza, di chi ha saputo sfruttarla lasciandola sola. Modella, attrice, conduttrice televisiva. Circondata da persone che non hanno saputo esserle amiche, cha l’hanno lasciata alla deriva quando lei si era persa.

Persa, assieme al senso di sé nel mondo. Rinunciò a sé come donna, ma non solo: tagliò i ponti coi propri bisogni primari. Rinunciò a nutrirsi, a sfamarsi del disgusto amaro che le stava imboccando l’esistenza.

Ha dovuto lasciarsi morire per scoprire che stava vivendo.

Il paese rispetta il riserbo con cui la madre ha chiesto di coltivare la propria sofferenza. Una collettività che si dimostra inaspettatamente raccolta attorno al lutto di una donna, che solo dieci anni di convivenza hanno potuto trasformare da straniera degna di sospetto a vicina a cui concedere un casto saluto.