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Una storia di cronaca

Giulio Regeni lo abbiamo ucciso noi

di Cecilia Marani

Mi chiamo Cecilia Marani, ho 23 anni, diplomata al Liceo classico Romagnosi e laureanda in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi d Parma. Attualmente rivesto la carica di presidente presso ELSA Parma (European Law Students' Association), la più grande associazione studentesca europea di studenti di Guirisprudenza, occupandomi di approfondimento giuridico e creazione di opportunità lavorative e culturali. Vivo da sempre in un piccolo paese della provincia di Reggio Emilia con la mia famiglia e sogno di poter entrare, un giorno, in magistratura, per seguire i miei ideali di legalità e giustizia in cui ho sempre creduto.

Il 3 febbraio 2016, al Cairo, venne ritrovato, nei pressi di una prigione dei servizi segreti egiziani, il corpo senza vita di Giulio Regeni, dottorando italiano dell’Università di Cambridge. Il corpo presentava evidenti segni di tortura: oltre 24 fratture, lividi, denti rotti, tagli, bruciature, incisioni simili a lettere, sette costole rotte; l’esame autoptico rivelerà in seguito un’emorragia cerebrale e una vertebra cervicale fratturata a seguito di un violento colpo al collo, quest’ultimo causa del decesso.

Khaled Shalabi, direttore del dipartimento investigativo di Giza, sostenne che la causa della morte del giovane, fosse da ricercarsi in un presunto incidente stradale. La polizia avallò poi più ipotesi per giustificare le condizioni del corpo, chiaramente incompatibili con un incidente stradale: omicidio per motivi personali, omicidio a causa di implicazioni nello spaccio di stupefacenti... Ma Giulio con quel mondo non c’entrava, era in Egitto per dedicarsi allo studio e alla ricerca.

Forse proprio per questo si sarebbe avvicinato al movimento sindacale che si oppone al governo del generale Al-Sīsī. Si accertò che Mohamed Abdallah, leader del sindacato degli ambulanti a cui Giulio si era avvicinato, lo avesse denunciato alla polizia di Giza e che quest’ultima lo avesse seguito nei 3 giorni precedenti la scomparsa avvenuta il 25 gennaio 2016.

Da allora la polizia egiziana ha iniziato uno slalom tra disponibilità alla collaborazione e grossolane bugie: si è passati dal fortuito ritrovamento dei documenti di Giulio nelle mani di un gruppo di malviventi uccisi dalla polizia in un’inesistente sparatoria, all’attribuzione del crimine ai Fratelli musulmani, organizzazione islamista internazionale, che, a detta del governo egiziano, avrebbe agito per destabilizzare i rapporti diplomatici con l’Italia.

Si sono susseguite indagini, manifestazioni, appoggi, pressioni, ma nessuna verità ancora, se non che, dopo oltre due anni, un colpevole non esiste: nessuno ha torturato Giulio Regeni, nessuno lo ha ammazzato, nessuno ne ha denudato il cadavere per poi gettarlo in un fosso. Così come nessuno era Giulio Regeni, eppure lo siamo tutti, ogni volta che esercitiamo il nostro diritto a essere liberi e vivi, senza abbassare la testa davanti alle prepotenze, lo siamo quando investighiamo sul perché delle cose, quando rifiutiamo di barricarci dietro al silenzio.

Fino a quando non vi sarà verità, l’unica amara certezza che avremo è che nessuno sarà colpevole di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni e che ogni volta che accetteremo di fermarci in questa ricerca, Giulio Regeni lo avremo ucciso noi.