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I racconti dello scontrino

Orizzontale

di Emiliano Composta

Mio padre voleva chiamarmi Aureliano per via di Cent'anni di solutidine.

Non dico abbracciarmi, ma almeno guardatemi in faccia. Sabato pomeriggio, ci saranno duecento persone qua dentro, eppure è come se fossimo tutti soli. La scala su cui mi trovo occupa metà corsia, ma la gente mi scansa, senza registrare la mia presenza. Poi arrivi tu, anziana preparatrice di insalate di riso. Tu la magica età della solidarietà e della condivisione devi averla vissuta, no? Almeno tu, ti accorgerai di me, mentre infili i sottaceti nel carrello? (“E rivolgigli tu la parola a questi, se ti dà così fastidio” dice Elena. Le rispondo che non è quello il punto, e spengo la luce sul comodino. Chissà perché per parlare dobbiamo essere in posizione orizzontale). Ecco, un sussulto. Ti vedo con la coda dell’occhio alzare la testa, e mi illudo che ti stia per rivolgere a me. No, macché, è l’insegna dietro la mia testa che guardi. Elena dice che penso troppo, e che il mondo mica c’ha bisogno di uno scaffalista filosofo. Non sarà magari che sono gli altri a pensare troppo poco? Penso io, ma non glielo dico perché forse anche lei è una di loro. Comunque non faccio solo lo scaffalista, preparo anche gli affettati. E passo lo straccio a metà mattina. Alle volte fingo di fare l’inventario e invece scrivo, dietro scontrini o quello che mi capita sotto mano, sempre senza che tu o gli altri clienti come te mi degniate di uno sguardo. Non dico chiedermi come sto, ma almeno un cenno di saluto, no?