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I racconti dello scontrino

Questi scaffali sanno di noi

di Silvana Miano
Nasco su un' isola trentacinque anni fa e mi trasferisco a Bologna per lavoro. Pedagogista in crisi, nuoto e pesto la terra a passo di pizzica. Leggo quanto più posso e, alle volte, scrivo. Sono alta, pressappoco, come un barattolo ma questo mi consente di osservare cose e persone dal basso, dalle loro radici.
Un piccolo spazio vuoto, tra una confezione di carta igienica effetto cotone e i rotoli da cucina a nido d’ ape. In un attimo, i loro occhi da veloci consumatori in ricognizione attraversano, da parti opposte, quell’ unico spazio vuoto dello scaffale casalinghi della Coop. Un paio di occhi neri, mediterranei, con le sopracciglia scure e irregolari incontrano degli occhi castani un po' lattiginosi con ciglia lunghissime e un filo di mascara. Si guardano concentrati e fissi, come si stessero lanciando una palla che non può cadere in terra. Cominciano a passarsi ogni tipo di prodotto che trovano e, in questo questo gioco di passaggi, si sfiorano le mani. Lei aggrotta la fronte, fa un gesto con la mano come a dire mi stacco un momento ma tu non te ne andare; lui annuisce e la osserva mentre alza gli occhi verso la cima dello scaffale e stende, al limite, un braccio per prendere delle veline e passargliele; le si alza un po’ la maglietta che le scopre la pancia bianca; lui le vede l’ ombelico e pensa al cordone che l’ ha nutrita per nove mesi e a come doveva essere da bambina. La gente passa, li urta, li sposta ma loro niente, non sentono niente. Dalle loro bocche non una parola, ma sempre occhi negli occhi si percorrono i lineamenti del volto, il contorno delle labbra, le cicatrici sulla fronte, l’ampiezza delle narici, le rughe di un sorriso. Gli è bastato quello sguardo e un vuoto in cui infilarlo per dirsi "io sono qui".