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Lettere d'amore

Caro Eugenio

di Giulia Bolzan

Laureanda in Filologia e Letteratura italiana presso Università Ca' Foscari di Venezia, ha precedentemente studiato chitarra presso Conservatorio B. Marcello di Venezia.

Caro Eugenio,

la forma delle cose e quella degli eventi, la conchiglia, piuttosto che il coccio di bottiglia, assumono col tempo forza diversa, di tanto in tanto, si manifestano anche contraddizioni, limiti e risvolti paradossali. Tu avevi capito già tutto, me lo hai svelato quella volta, sussurrandomi all’orecchio, sul finire dell’università, che una tua pagina mi avrebbe inaspettatamente commosso, mostrandomi qualcosa che già osservavo ma ancora non avevo il coraggio di ammettere. Le verità scritte, purtroppo, attraggono e repellono allo stesso tempo, tutti ora avvertono l’assenza di barriere, un talento vale l’altro, l’anonimato è l’unica salvezza, il rifugio senza tetto che si costruisce chi non si riconosce più nel mondo ma solo in se stesso. Anche questo tu intuivi, fa male a volte, il tuo modo di descrivere la linea orizzontale che separa noi da qualcun altro che ci appartiene ma che si rassegna a guardare senza rendersi conto che allo specchio c’è proprio lui stesso, un altro noi, forse l’ennesimo. Cosa vuoi, io ogni tanto mi tuffo (in Liguria non ci son più stata), prendo schiaffi sulla pancia e dentro la testa, nel rumore del mare solamente trovo l’armonia rassicurante in questi anni di sacrifici, scelte e repulsioni che poi decidi di tenere lì nascoste, in qualche verso o gioco di parole che diverte solo me, probabilmente. Se fossi qui, a questo tavolo proprio adesso, cosa mi diresti? Ti chiederei di farmi da nonno, non so bene il perché ma t’immagino coi capelli grigi e una giacca un po’ troppo grande all’altezza delle spalle, non ti rendo giustizia così, ma in fondo tu sai che il sottile sorriso che si rivolge a se stessi così come agli altri, è una perspicace descrizione della realtà. Ho ripreso quel tuo libro in mano solo l’altra settimana, dopo mesi di studio faticoso e il tentativo di capire se voglio davvero fare quel lavoro lì…Mi ha preso una grande malinconia, poi ho riconosciuto le parole che non uso mai, non ho il coraggio pronunciare, così le scrivo, solo alcune le riconosco come davvero mie. Annaspo in queste carte, in queste frasi, cerco poesia anche dove non ce n’è. Me lo hai insegnato tu, è stato come scoprire di saper leggere all’improvviso, di saper stupirmi ancora come solo un bambino sa fare, di saper credere in qualcuno e in qualcosa a dispetto del fatto che prima o poi tutto si riempie di vuoto. Ma cosa importa, se poi, con una tua poesia, rinasco…