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Lettere d'amore

Al mio Hemingway

di Giorgio Franceschelli

Giorgio Franceschelli nasce a Bologna nel 1996, dove attualmente vive e, dopo aver frequentato il Liceo Scientifico Copernico ed essersi laureato con 110 e lode in Ingegneria Informatica presso l’Università di Bologna, al momento frequenta il primo anno della Laurea Magistrale in Ingegneria Informatica, con particolare interesse verso l’intelligenza artificiale, il diritto informatico e le correlazioni tra arte e computer, come dimostra la pubblicazione del saggio, tratto dalla tesi di laurea, "I, Artist. Opere d’arte e intelligenza artificiale: il curioso caso del diritto d’autore" (Ventura Edizioni, 2019). Ha pubblicato inoltre una raccolta di racconti dal titolo "Dekameron" (Aras Edizioni, 2019), per la collana “Stile Rana”,

Caro Papa,

perdonami se ti chiamo così, ma ormai credo di conoscerti piuttosto bene. Non ho osato contarle le pagine, sai?, avevo paura che poi, al confronto, questa piccola e misera lettera sarebbe stata troppo poco, ma mi sembra che una dozzina di libri bastino a poterti dare del tu. So che ti sarebbe piaciuto, del resto, abbandonare subito i formalismi e le costrizioni sociali per parlarci chiaro e forte, senza perdere tempo: e allora ti dico che ti amo e ti ho sempre amato, fin da quando ho, per la prima volta, abboccato al tuo, di amo, insieme al gigantesco marlin; e anzi, se ti fa piacere, possiamo fare finta che io mi chiami così, Marlin, e che abbia speso le due ore più incredibili e intense della mia vita in una battaglia per la sopravvivenza, fisica e morale, con quel vecchio pescatore che eri diventato.

Ho fatto di tutto, per te, non so se te ne sei mai accorto. Ti ho seguito in Spagna e ho seguito, due file più su, la tua stessa fiesta. E, all’uscita, sono diventato quell’adorabile vecchietta che tanto ti scocciava affinché tu le spiegassi tutto e niente sui tori e sui toreri, e che mai si è annoiata a udire storie che non le interessavano. Ma non stupirti: mai mi sono annoiato con te, nemmeno nelle battute di caccia, nemmeno in quelle in cui ero io l’elefante che volevi si salvasse; non temere, anche se son morto, alla fin fine, come tu mi insegni la vita è avere e non avere, e io ho avuto più di quanto sognassi. Ho avuto il tuo rispetto di grand’uomo a Venezia, ho avuto il tuo saluto a Caporetto, ho avuto l’onore di stare con te a Parigi nei caffè più luminosi e a Madrid nelle bettole più buie.

So che non hai mai scritto per me, non ho certo questa presunzione, ma so che hai sempre scritto per te, e so che questo mi ha reso felice. Che mi ha dato il coraggio di non sperare, per una volta, di vedere la pioggia il giorno della feria, e andare in piazza incontro al mio toro.

E qualche volta, lo ammetto, ho pensato ad altri, uomini e donne, americani, latini o italiani. Lo avresti saputo comunque, immagino, ed era giusto te lo dicessi io: non erano altro che squali che, fiutando l’odore del sangue, mi azzannavano di tanto in tanto, sperando di portarmi negli abissi con loro. E ora, alla fine di tutto, voglio che tu sappia una cosa sola: non ho mai mollato, e mai mollerò, il tuo amo, perché dall’altra parte, avvinghiato all’esca, c’era il mio.

Tuo per sempre, seppur non più intero,

Marlin