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Una storia di cronaca

Futura

di Verdiana Mastrofilippo

Nasce a Molfetta nel 1986, una laurea in Giurisprudenza a pieni voti, ma profondamente sbagliata perché la sua vita sono sempre state le parole. Sceglierle, corteggiarle e talvolta trovarle. Articolista in una testata online, ancora disoccupata, ancora studente e concorsista con alterne fortune, aspetta ancora quel treno che passa solo una volta. Sperando che l'attesa significhi che lei stava aspettando un aereo, invece.


Per noi non conieranno nessun acronimo inglese per descrivere un fenomeno dai contorni potenzialmente apocalittici. Troppo orgogliose per portare il marchio di ignominia di chi né lavora e nemmeno studia. Noi, qualcosa, la stiamo facendo, lo raccontiamo sempre di sera alle ombre lunghe sui soffitti: e così lentamente diventiamo i fantasmi incolori delle rilevazioni statistiche.Trent’anni o poco più, donne, meridionali, spesso laureate: poker di assi. Non abbiamo capito subito che mano ci fosse capitata in sorte. Del resto ci hanno cresciute le figlie del ’68, quelle che la realizzazione personale è il Vangelo e “non ti azzardare a sposarti prima di iniziare a lavorare”. Ci hanno ingozzato come vitellini di parole odorose di fresia e vaniglia: “sogno”, “scopo”, “carriera”. Sembrava tutto semplice, la carriera scolastica è scorta disseminata di rinunce, ma, rosso come l’alba, davanti a noi splendeva il bersaglio. Arrivato forse pure con la gloria di un voto rotondo come il 110, da tenere in bocca di parenti a sciogliersi come una caramella. Adesso vorremmo ricordare quel dolce: ma è evaporato dalla memoria, sono passati anni, ci mancherebbe crogiolarci ancora. I sogni ce li hanno subito bucati come palloncini, “scegli quello che ti farà lavorare subito” e tanti saluti. Amavi la tua terra gialla d’estate, amavi il mare a sbattere in cornice sul tuo cammino, amavi le strade che faceva tua nonna prima di te: ma ti hanno insegnato ad odiarle, perché dovevi desiderare la città tentacolare di fermate della metro. Abbiamo imparato il disprezzo represso di chi torna a Natale e ti chiede cosa tu ci faccia ancora qui, miserabile dentro quei passi sempre uguali. Abbiamo imparato che non chiederanno mai il perché, hanno imparato bene la lezione sui bamboccioni. Se non vuoi andare via, se finanche non puoi, è solo perché sei debole. Studi ancora per concorsi che, se saranno banditi, saranno corse ad ostacoli per tagliarti fuori, ti chiederanno la struttura ossea dei molluschi per una decina di posti da impiegato comunale, mentre in tv dicono che Hitler divenne cancelliere nel 1964 e, dopo una risata scema, vincono quello che noi, pure se trionfiamo alla nostra lotteria, vedremo in dieci anni. Non c’è da lamentarci, ci hanno soffocato anche quello, se sei donna, sbuffano anche un po’ se lo fai. Ci sposiamo, perché il tempo passa e c’è chi non aspetta. O non lo facciamo, e allora non ci aspetta più nessuno. Questo veleno ci resta nel sangue, ci irrancidisce la placenta dei figli che metteremo al mondo. Insegneremo a non credere, forse. O magari ancora a sognare in grande… ma mai qui. Lo insegneremo soprattutto alle figlie. E solo allora la chiameranno apocalisse.