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Lettere d'amore

Polvere di fata

di Elena Festa

Mi chiamo Elena, vivo a Brescia con i miei genitori e i miei quattro fratelli minori e sono una studentessa alla facoltà di Lettere dell'Università Cattolica. La storia di Peter Pan e dell'Isola che non c'è mi è sempre piaciuta molto. Ho apprezzato anche la versione cinematografica, al punto che dai racconti di mia madre devo aver bruciato la video cassetta a furia di guardarla. La mia lettera d'amore è appunto indirizzata a Peter. Non è l'amore comune tra due persone adulte: le cose tra bambini sono sempre più semplici e pure, ma allo stesso tempo sorprendenti e disinteressate. Spesso, per amare davvero, tornare bambini è la cosa migliore.

Caro Peter,
sono passati più di dieci anni da quando mi hai riportato qui, a Londra. Non riesco a scordare l’ultima volta che ci siamo visti. Tu eri sul davanzale della finestra di camera mia, con Trilli su una spalla e il veliero di Capitan Uncino dietro di te, che galleggiava leggero nel cielo. Prima di volare via mi hai detto che, per ritrovarti, mi sarebbe bastato chiudere gli occhi e sognarti, e così ho fatto. In tutto questo tempo ho ripensato a tutte le nostre avventure, ai bagni con le sirene e al salvataggio di Giglio Tigrato. Mi sono tornati in mente il profumo di muschio del nascondiglio nell’albero, il calore del fuoco attorno a cui abbiamo ballato con gli indiani, il suono dolce del tuo flauto. Questa è ormai la decima lettera che ti scrivo e probabilmente sarà anche l’ultima: ormai sono adulta, mi sono sposata e sto per avere un bambino. Amo mio marito, ma in fondo una parte di me sarà sempre riservata a te. A te che mi hai fatto scoprire la bellezza dei sogni, delle storie vere o false che siano, dello stare insieme anche solo per il gusto di divertirsi. A te che mi hai mostrato come vivere la mia giovinezza al meglio, scherzando e restando uniti anche quando le cose si mettono male. Questo ci è stato utile sull’isola quando dovevamo scappare da Uncino, Spugna e tutta la ciurma, ma mi è servito anche nel mio mondo: involontariamente tu, il bambino che non voleva mai crescere, hai aiutato me a farlo. Nonostante non ci vediamo da anni, in qualche modo non te ne sei mai andato. Da te ho imparato l’amore di cui solo i bambini sono capaci. O meglio, i bambini e chi non cresce mai del tutto, chi riesce a sorridere in un giorno di pioggia come in uno di sole, chi si dona agli altri senza riserve. Mentre ti scrivo sono seduta nella mia camera di sempre, che diventerà del mio piccolo quando nascerà, e non posso che immaginare il suo faccino affascinato quando gli racconterò di te e di tutto il tuo mondo, che in parte è di tutti quelli che credono nella magia e nelle seconde possibilità. Quando ti scrivo una lettera la lascio sempre sulla finestra e ci metto un briciolo di polvere di fata, regalo che mi ha fatto Trilli prima di andarsene, e la mattina dopo non c’è più.
Nella speranza che sia tu a prendere tutte le buste e non che sia il vento a portarle con sè, ti saluto per l’ultima volta e ti ringrazio per l’infanzia magica che mi hai regalato, e per la persona che mi hai aiutato a diventare.
Sempre tua,
Wendy