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Lettere d'amore

A Chuck Palahniuk

di Andrea Ferri

Nato a Reggio Emilia nel 1985.

Ho conosciuto Tyler in un periodo complicato della mia vita.
Ma Tyler tutto questo non lo sa. E se non lo sa Tyler, non lo sai nemmeno tu.
Allora te lo scrivo.
Nessuno mi aveva iniziato al vero potere della scrittura. La scuola mi aveva fatto assaggiare qualcosa, ma non si era mai spinta oltre. La letteratura che conoscevo mi conduceva dritto in una casa degli specchi. Una serie di illusioni contro cui sbattere la faccia fino a sanguinare. Nessuna scoperta, soltanto riflessi e una gran voglia di uscirne fuori. Ma tutto questo era prima di te.
Mi hai mostrato la possibilità di raccontare il mondo in cui viviamo. Esplorare il qui e ora intorno a noi, senza mai ficcare il naso in quel buco inutile del nostro ombelico. Stuzzicare i tabù come fossero ferite infette, sfidare le abitudini mentali, con uno stile unico, che ci strappa dal nostro mondo tranquillo per ficcarci in una battaglia.
Hai riempito i tuoi romanzi di dettagli presi da studi, notizie, saggi. Tutto vero. Come se la fiction fosse il banco di prova delle nostre stranezze. Hai creato sistemi di regole, per vedere fin dove i tuoi personaggi si potevano spingere. E noi con loro.
La scrittura come mezzo per creare storie e indagare un reale instabile, come i tuoi personaggi. Ossessivo, come il tuo stile e le tue strutture narrative. Una sperimentazione inarrestabile, per sondare tutti i limiti del possibile. Ed è lì che ci hai invitati a seguirti.
Io l’ho fatto, percorrendo una magnifica salita fino a Rabbia, la vetta con cui hai raggiunto gli dèi (ho l’edizione autografata da te, ma questo nemmeno lo immagini). Un libro che è come una grassa cicatrice sul mio petto. Un’operazione a cuore aperto per pompare le incredibili possibilità della letteratura.
Poi la caduta, con una serie di romanzi che ci hanno allontanati. Mi sono riavvicinato a te quest’anno, con il tuo ultimo libro. Un’opera che ha le palle di sfidare quest’epoca e i suoi pregiudizi, il suo odio, la sua follia.
E ora, eccoci qui.
Mi piacerebbe conoscerti? Non so. Ho paura che il mio eroe possa farsi uomo. Abbiamo bisogno di modelli, anche imperfetti, per andare avanti e alimentare la speranza. Il bisogno di capire, di scrivere, di vivere. Per questo credo non ci incontreremo mai, fuori dalla tua opera, ma amerò per sempre l’idea che ho di te. Non sarà vera, reale, ma è tra le cose più importanti che porto con me. In fondo, me l’hai insegnato tu:
e se la realtà non fosse altro che una malattia? La verità è che nessuno vuole la realtà.