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Lettere d'amore

Caro guidogozzano

di Sara Zuccarini

Odio lo spazio dedicato alla biografia perché vi si può scrivere tutto o niente. Equivale a un esame, a un confessionale, a uno psicologo. Cosa volete realmente sapere? Vivo da più di vent'anni ma meno di trenta, ho due mani, due piedi e un solo cervello come direbbe qualcuno. Ho una tastiera a 78 tasti e non ho paura di usarli. Vivo tra gli Appennini e i portici di Bologna, sempre in cerca di qualcosa che mi susciti un briciolo di stupore.

Caro guidogozzano, 

ho scritto il tuo nome tutto attaccato e in minuscolo come sei solito fare tu per sbeffeggiarti in quel modo che mi fa impazzire e mi ricorda molto me stessa. Me stessa. Ti chiederai chi sia questo personaggio anonimo e cosa lo abbia indotto a dilettarsi nell’atto di scriverti una lettera. Nessun problema, mi presento subito. 

Io sono la somma di tutte le amanti che ti sono sfuggite, di tutte le rose che non hai colto o che hai perduto per negligenza o per sfortuna, di tutte le donne che hai rifiutato in quanto ti definivi “incapace di amare”. Io sono tutte le Cocotte che ti hanno baciato quattrenne e il cui volto è rimasto inciso nella tua memoria, tutte le signorine Felicita che hai abbandonato per intraprendere il tuo inquieto viaggio, sono tutte le Graziella sfrecciate via in sella a una bicicletta. Oggi ti scrivo per offrirti la famosa seconda possibilità, quella che capita soltanto agli uomini meritevoli.

Le tue parole mi sono state care ogni volta che l’ombra dell’amore mi si è negata o io mi sono negata ad essa. Le ho declamate mentre ammiravo un grazioso paesaggio di campagna esprimendo come unico desiderio quello di risvegliarmi nei panni di una contadina sorridente in grado di stirare camicie e di amare il mercante, il farmacista o chicchessia. Ho reso miei i tuoi versi anche quando ho raggiunto la soglia dei venticinque anni e temevo che quest’età mi avrebbe soffocato come un abito troppo stretto. Da tre mesi la porto addosso e ancora riesco a respirare, ma questioni enormi mi affliggono. Come ci si salva dall’inerzia, dal cinismo, dal viso cupo, dall’indifferenza? Forse il segreto è smettere di meditare sui testi dei grandi filosofi e di inseguire con la penna il verso perfetto. O forse basterebbe essere in due. Due voci, due volti pallidi e riflessivi, due incapaci. Due incapacità di amare non creano forse un amore completo?

Se è così non posso fare altro che invocarti, imbucare questa lettera e poi attendere su questo terrazzo il giorno in cui verrai a salvarmi. Insieme, caro Guido, potremo finalmente vivere in prima persona evitando di delegare i nostri spettri, potremo cogliere tutte le rose e i quadrifogli che abbiamo trascurato e restare per sempre nella casa centenaria a contare le stelle. Chissà, magari là diventeremo anche noi dei buoni sentimentali giovani romantici, ciò che fingiamo d’essere e non siamo.