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Lettere d'amore

A Joelle Van Dyne

di Marco Crosato

Marco nasce nel 1998 a Motta di Livenza. Appassionato di letteratura e scrittura fin da bambino, inizia a dedicarsi in particolare alla poesia all'età di sedici anni. Altre sue passioni sono la musica, il cinema e l'impegno sociale praticato attraverso lo scoutismo e Libera. Nel 2017 si diploma al liceo scientifico Isiss Antonio Scarpa di Motta di Livenza con valutazione cento e lode. Attualmente studia ingegneria dell'energia all'Università di Padova.

A Joelle.

 

Il fatto è che non ci siamo conosciuti nello stesso momento. Forse sono stato un codardo a non avertelo detto prima né di persona, ma sai come non mi sembri veramente reale qualcosa se non lo vedo scritto in disordine con la mia calligrafia maldestra.

È iniziato tutto con un piccolo brivido unilaterale: sentire la tua voce stralunata che mi parlava attraverso una radio, una sera in cui non ero uscito di casa. Avevi quella dizione pulita e stanca che si sente negli attori quando non stanno lavorando e un modo di collegare parole e argomenti che non pensavo potesse appartenere a questo mondo. Sono diventato uno dei tuoi ascoltatori, non so dire se fossimo molti o pochi; forse mi ero anche innamorato delle vibrazioni sonore in bassa qualità che mi arrivavano, mi sento di escludere di essere stato fra i pochi.

Poi una sera alla radio, solo rumore di statico. Te ne eri andata e io ho pianto un poco. Ho riascoltato per quasi un mese delle tue vecchie registrazioni all’orario in cui trasmettevi, ma alla fine, una sillaba alla volta, ho dimenticato il suono della tua voce.

La seconda prima volta in cui ti ho incontrato la conosci, è stata quando mi sono reso conto di ricordarmi il suono della tua voce. Nel caso te lo stessi chiedendo sì, è quello il vero motivo per cui ti ho parlato allora, non avevo bisogno di nulla né avevo notato qualcosa in te. Solo la voce, quella che avevo ascoltato passivamente per non so quante ore e che avevo riconosciuto, paralizzato, alle mie spalle.

Quando mi sono girato e non ti ho visto in faccia, ecco, credo sia allora che posso dire di essermi veramente innamorato. Lo so, non te l’ho detto subito, ma ammetterai che lo scenario in cui te l’ho rivelato qualche mese più tardi era dannatamente ben scelto.

Tornando a noi, quando ho posato lo sguardo su di te (ma questo credo lo avessi già capito) il colpo di grazia è stato il tuo volto coperto, il velo che celava tutto ciò che usiamo per identificarci, vederci, parlarci e lasciava passare solo la voce.

E non ti ho mai chiesto di toglierlo, anche se i tuoi conoscenti rumoreggiavano fra loro che fossi sfigurata o incommensurabilmente bella, mai. Perché tu eri, tu sei quel velo. Quel non scoprirsi mai del tutto e lasciarsi sempre un poco da parte che crea gli amori più belli, quasi eterni.

Alla fine ti scrivo solo per dirti che da quando ci siamo salutati non trovo più donne con un velo che stia su bene come il tuo.

 

M.