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Lettere d'amore

Il precipuo esempio

di Vito Lorenzo Dioguardi

Poche cose su di me: mi chiamo Vito Lorenzo Dioguardi, sono nato a Foggia il 18 Novembre 1980, ho studiato a Bari, Roma e Macerata e insegno da anni prima alle scuole medie poi alle superiori. Mi piacciono la poesia, i cani, la commedia all’italiana e il caffé.

Se tu non fossi, come sei, così famoso ed io non sospettassi di divenire irriverente verso la tua fama prima che debitore per l’amore che ti porto, Dante, io sarei qui come l’amico che vorrei essere a dirti con questa lettera come tu fai bene a volere estinguere il tuo bollore per Firenze e per i Fiorentini con la dignitosissima e sempre valente scelta dell’esilio, abbenché io trovi davvero sorprendente e per certi versi inadeguato che uno spirito come il tuo viva in una piccola cittadina. Però forse anche questo è segno del tuo genio, anche in ciò c’è impressa l’aquila di luce che - dicono - si libri dai tuoi occhi ogni qual volta figgi un uomo e lo attraversi, gli leggi le pagine segrete del cuore, confidi di parlare con l’ineffabile presenza divina che si muove e s’agita dentro il suo animo.

Non so quante notti, al piccolo lume d’una stanzetta ho letto e riletto interi canti, piccoli passi o semplicemente singole terzine.

Mi sembrava d’esserti accanto mentre scrivevi. Sentivo muoversi la tribolazione ed il fastidio per la ricerca di una rima che non arrivava al calamaio che fremeva.

Vi popolo la stanza, ancora oggi, delle fantasie vere del tuo illustre viaggio, tanto più importante quanto testimonio d’una vita che hai vissuta sempre mettendo a rischio la tua persona, i tuoi averi, i cari e la stessa carriera poetica, ma mai mettendo in pericolo la tua dignità e il valore dei tuoi principi.

Perciò vergo queste righe, per ringraziarti per il tuo magnifico esempio di cristiano contro il Papa, di letterato contro la supponenza, di fiorentino contro i fiorentini. Voglio comunicarti che ho l’intenzione di votare la mia esistenza alla poesia e al bene comune, al dialogo tra fedi religiose e politiche così come hai tu fatto e compiuto.

Di sacrificarmi, cioè di rendere sacro ciò che faccio.

Il tuo precipio esempio è linfa ai miei giorni: se triste Inferno, se lieto Paradiso, se innamorato le canzoni, se pensieroso il Convivio, se entusiasta o da tirare su la Vita nova leggo e subito ritorno. Credo che le tue parole, accompagnate ai tuoi gesti, siano luminosi ancora oggi perché un conto è passare del tempo su questa Terra, magari circondandosi di vanità e profitto, un conto è vivere.

E adesso avrei finito: ma poi perché scriverti troppo quando so che un giorno da qualche parte dell’universo prendendo per il Paradiso, all’altezza dello svincolo Candida Rosa, ti troverò beato presso un convivio di angeli intento a discutere la bellezza di non so che verso?