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Lettere d'amore

Lettera a Corto

di Eugenio Negrini

Giovane studente universitario da sempre attratto dalle parole antiche e moderne. Vive a Governolo (MN), terra di racconti, di fiumi e incontri.

Torcello,  19**

 

Una volta le parole scorrevano via senza sforzo alcuno e non era difficile imprimerle sulla carta, ma ora, dopo così tanto tempo, le stesse parole vi hanno rinunciato a favore di sempre più dilatati silenzi.

Non sono più una ragazzina Corto, e le avventure hanno perso per me qualsiasi tipo d’attrattiva, all’infuori di quando, per tornare a viverle, io le debba raccontare: allora sì che tutto il mio sopito entusiasmo riemerge e riappare la bella Pandora che conoscesti.

Ecco dunque il ritratto patetico di una donna la cui vita non è stata altro che un alternarsi convulso di schiarimenti e appannaggi, ben diverso, lo riconosco, dal tuo, che sfuggevole pare un miraggio all’orizzonte. 

La tua amata libertà ti ha condotto in porti lontani, in alcuni dei quali non è permesso agli adulti d’entrare a meno che non facciano parte di una meravigliosa fiaba, eppure, malgrado i lunghi viaggi e le centinaia di volti sfiorati, la tua vita è stata costellata d’abbandoni. Allora mi chiedo Corto, mi hai pensato in tutti questi anni? Hai per caso dimenticato? Io non l’ho fatto e ancor oggi mi dispero per averti offerto una vita tanto miserabile lasciandoti partire senza forza opporre. Ma perché non ti sei mai voluto fermare?

Oh Corto, in te alberga quella primitiva angoscia, la cui profondità, come un pungolo nella carne, si rivela nelle tue manifestazioni, sicché io non ho mai realmente compreso se tu fossi tormentato o al contrario semplicemente sereno.

Ma in fondo non importa. Ti aspetterò comunque, qualsiasi sia la tua reale natura. Devota alle parole di Santa Caterina: “naturalmente l’anima è tratta ad amare quello da cui sé vede essere amata” confido, dato il mio puro sentimento, che anche tu, nel tuo mistero profondo, voglia riservarmi teneri pensieri e azzurre nostalgie.

I flutti stanchi si riversano sulle rive di quest’isola selvaggia mentre ti rivolgo l’ultimo sguardo; e la laguna si fa dolce, sebbene il sale.

Tua

Pandora, la ragazza della “Parda Flora”

P.S.

Affido queste povere carte a Fleba, un mercante fenicio, perché possa recapitartele; dice di conoscerti e che ti vedrà tra un settimana a Beirut. Se onorerà il suo impegno sdebitati da parte mia con una moneta.