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Una storia di cronaca

Viva la pappa

di Irina Aguiari

Nata nel 1994, sono da sempre un'appassionata attivista sociale e politica. Ho studiato lingue straniere moderne e mi sono laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Un percorso universitario che ho concluso da poco con il conseguimento di un Master presso l'Università di Aalborg in Danimarca. Ho finanziato i miei studi lavorando come libraia e il mio sogno resta quello di poter scrivere e fare ricerca.


Rita Pavone cantava Viva la pappa col pomodoro. Viva perché è un capolavoro. Nel caso dei pelati italiani, un capolavoro di sfruttamento. La passata di pomodoro rappresenta uno dei prodotti di spicco del made in Italy sia per il consumo interno sia per le esportazioni internazionali. Si tratta di un prodotto diffusissimo, che gli italiani consumano abitualmente e che rappresenta una parte integrante della dieta mediterranea. Eppure, ciò che succede nei campi di pomodori resta poco noto e pochi consumatori riflettono su ciò che si nasconde dietra a una bottiglia di salsa. Da Ravenna a Nardò, l’oro rosso viene raccolto per lo più da manodopera migrante: ragazzi nordafricani che sono obbligati a lavorare per oltre 12 ore al giorno con una paga oraria di 3€ all’ora. Questa organizzazione del lavoro agricolo si basa sul sistema del caporalato in cui il caporale agisce in veste di intermediario per un proprio ritorno economico personale. I compiti del capo spaziano dal reclutamento della manodopera, al trasporto sui campi di pomodori, alla distribuzione di acqua e cibo in scarse quantità in cambio di denaro. Il caporale funge da intermediario tra i proprietari agricoli e i lavoratori trattenendo parte della paga di questi ultimi e lucrando sulla loro condizione di vulnerabilità. Una debolezza sociale che nel caso delle persone migranti è data principalmente dalla mancanza della seconda accoglienza ovvero di quei progetti che dovrebbero favorire l’integrazione nella società di coloro a cui viene riconosciuto il diritto di stanziare sul territorio nazionale. L’esperienza di molti è che dopo anni di reclusione in centri come i CARA, vengono espulsi dalle strutture statali e si ritrovano in città a loro sconosciute senza un alloggio e un impiego. Molti vivono per strada o trovano rifugio nelle chiese, altri ancora popolano i ghetti e le tendopoli delle periferie. Questi agglomerati urbani fatiscenti e pericolosi sono molto spesso gestiti da organizzazioni criminali come aree indipendenti rispetto al vigente ordinamento politico e istituzionale. Al loro interno si possono trovare alimentari, ristoranti e un giro di prostituzione e droga a uso e consumo anche dei residenti locali. Questa organizzazione del lavoro agricolo è diffusa da Nord a Sud in Italia: dall’Emilia-Romagna, alla Toscana fino a Puglia, Calabria e Sicilia. Come si può sradicare questa ingiustizia? Attraverso un consumo più responsabile, acquistando quei prodotti i cui marchi hanno adottato campagne etiche contro lo sfruttamento nei campi. Per la passata di pomodoro, come ogni altro prodotto che popola le nostre tavole.