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Lettere d'amore

A Pà

di Marco Piras

Marco Piras nato a Oristano il 17 giugno 1989, cresce a Cabras, piccolo paese dedito alla pesca e all'agricoltura, dove terminerà gli studi presso il liceo artistico. Approda culturalmente e fisicamente a Bologna nel 2009, dove conseguirà gli studi triennali presso il Dams. Da sempre appassionato di arte, cinema, e musica, vive con interesse e curiosità la città partecipando come volontario in svariati musei e festival cinematografici e artistici cittadini. Svolge i più disparati mestieri dal bracciante agricolo, all'allestitore di mostre, al lavapiatti. Attualmente lavora come addetto alle vendite presso Coop.

Lettera d’amore a Pier Paolo Pasolini

Caro Pà

Non abbiamo mai avuto modo di vederci, e me ne dispiaccio. Non conosco tante cose di te, ma forse ancor meno di me, ma mi sento legato, vicino, simile a te da quando ti ho culturalmente incontrato. Ti scrivo poiché da sempre desidero parlarti, conoscerti, porti domande e rivelarmi umanamente alle tua premure.

Ti vorrei parlare per ascoltare ancora la tua voce fragile battersi fuori dai cori per percorrere la via dello scandalo, per sentire il tuo esprimerti severo e dolce, anarchico e pedagogico. Udire le tue parole, la tua cura nel sceglierle e disporle che solo una bestia raffinata, un uomo, un poeta poteva riuscire.

Ti avrei voluto conoscere, incontrarti come ci si incontra a un caffè, vedere i tuoi movimenti sicuri e inquieti insieme, cercare di abitare uno stesso spazio, il tuo corpo. Un corpo magro e forte, stanco e solerte, in abiti borghesi tra i lazzari lottare inerme per cercare di essere compreso. Mirare il tuo sguardo, tenero, dolce, incavato in un abisso, servo del reale e padrone di una verità.

Ti chiederei le tue, sempre profonde e lucide opinioni, su i più vari argomenti, da dove stiamo andando, alla tua idea della semiologia deleuziana, alla tua percezione della cultura Hip Hop. Cosa ne pensi di Debord?  Siamo una nave senza nocchiere in balia delle tempeste? Meglio Gaber o Faber? E chi credi che siano questi Alì dagli occhi azzurri che attraversano il mare, affamati di vita, come i tuoi ragazzi di vita. Ti chiederei cosa è successo su quel litorale di Ostia dove perdesti le tue forze e il tuo impegno. Ti chiederei tutto, a te che sai.    

Mi abbandonerei alle tue cure da anomalo cristiano, ai tuoi insegnamenti da madre, alle tue lezioni da padre, al tuo fare da ostetrica, partorire con maieutica un'opinione, un'idea, un credo che in questo confuso, caotico, chiassoso bisticcio di voci e parole di grida e starnazzi, possa essere mio, non condiviso, elitariamente inaccettabile, incompreso agli ultimi, ma mio. Ti chiederei un poco di voce, per la mia puerile, debole voce, ti chiederei un brandello di luce, a te che eri una luce.

Ti abbraccerei tra un pianto e un sorriso, ti stringerei, per darci un poco di compassione, per sentirci insieme compresi come incompresi, per scacciare le nostre paure, e comprenderci.

tuo

Marco