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Lettere d'amore

A Rudolf Nureyev

di Elena Dondossola

Studentessa di Scienze della Comunicazione a Reggio Emilia, appassionata di teatro, poesia e storytelling e tutto ciò che sfrutta il potere evocativo delle parole, tra un esame universitario e l'altro svolge l'attività di sognatrice a tempo pieno.

Mio caro Rudy,

ho atteso a lungo per scriverti, ma ho dovuto prendermi del tempo per lasciare decantare i miei pensieri e trapuntarli su questo pezzo di carta. Sono passati così tanti anni da quella tua lettera, ma così pochi da che te ne sei andato. La tua assenza è ancora assordante, un dolore profondo e pungente che non passerà. Le parole ora mi sembrano pesanti, stanche, incatenate a terra, tu che invece sulle punte non soltanto eri in grado di danzare, ma ti libravi leggero e potente, verso vette distanti e irraggiungibili. Tu eri il Tartaro volante.

Che fossi bellissimo come una divinità pagana, ieratico, felino nelle tue movenze e nei tuoi occhi esotici lo sapevano tutti, così come era risaputo che impersonassi tutti gli eroi dei balletti ma che non fossi un principe; al contrario sapevi essere indisciplinato, collerico, scostante. Ogni capriccio però ti veniva perdonato non appena indossavi le scarpette, già solo nel tuo modo di incedere magnifico e consapevole sulle assi del palcoscenico o quando alla fine di ogni spettacolo abbracciavi lo scroscio di applausi che ti sommergeva dalla platea, con gli occhi fieri ed un lento e solenne movimento del braccio.

Tu mi hai dimostrato la più grande devozione, consacrandomi il tuo essere e la tua esistenza intera e io allo stesso modo ho sostenuto ogni tuo passo, esigendo sì sacrifici enormi, ma investendoti della gloria eterna. Ero assieme a te nel riflesso degli specchi mentre forgiavi il tuo spirito nelle ore alla sbarra, con i piedi sanguinanti versati come tributo alla perfezione che pretendevi da te stesso. Ero con te quando l’ardore nei tuoi occhi non era stato spento neppure dal vento gelido degli inverni in Russia e sognavi di fuggire sullo stesso treno sul quale eri nato, il cui fischio disegnò per te un destino gitano. Ti tenevo la mano assieme a tua madre quando varcando la soglia del teatro di Ufa alzasti gli occhi al soffitto e da quel giorno, come un’epifania, ti eri ripromesso che avresti dovuto passare la tua vita rischiarato da quegli splendidi lampadari. Ero al tuo fianco quando hai rinunciato alla Russia intera per la tua libertà, ma dopo ogni spettacolo, nel camerino, struccavi gli occhi con il pianto ripensando a tua madre. Ti ho dato conforto nei tuoi ultimi giorni a Parigi, quando oramai potevi danzare solo nella mente, ma eri ancora memore del vento ribelle che sprigionava il tuo corpo statuario.

Astro splendente quanto ineguagliabile. È stato così e per sempre sarà.

La Danza