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Poesia

-ARMI e -ARTI

di Francesca Federici

Sono di Bresca. Secondo le stime la città più inquinata d'Italia. Non ricordo anche se d'Europa. Ho 21 anni, sono nata alla fine dell'anno e quindi i miei amici mi hanno sempre considerata una '97 un po' menomata, più di là che di qua. Tra poco mi laureo a Padova in Psicologia. Mica mi sembra vero. Se c'è una cosa che ho imparato a Padova è che in tutta Italia si dice "spritz" ma a Brescia è "pirlo". Le scomode verità.

Non è che io abbia una cosa precisa di cui parlarti,

Non è che io finga di interessarmi, ad ascoltarti,

con le tue opinioni,

quando a te invece, importa solo

di auscultarmi, i polmoni,

senza riguardi,

guarda che è inutile che ti arrabbi!

Non è che io ho paura che giri con lo scontrino per cambiarmi,

è che ho paura che ti arrabbi,

se vado nei bagni pubblici e mi dimentico di informarti

che mi sono ricordata di non appoggiarmi,

perché anche se metto sul cesso strati di carta igienica abbondanti,

tu tanto poi li chiami “atteggiamenti caparbi”,

che non sono solo discorsi astratti,

che non è un fatto di carta igienica a strati,

è che non sai che cosa puoi pigliarti!

Non è tanto quello che io posso pigliarmi,

ma è che se ti dico queste cose a te pigliano gli infarti,

che per sgattaiolarmi, faccio prima a darti ragione, a dirti “si, no, ma infatti”

E guarda che te lo dico, non è una questione di note o di tasti

dolenti, è che del niente o con frasi scadenti comunque mi basta parlarti,

e scusa ma mi verrebbe da domandarti:

come mai ad esempio le biciclette qui sono così importanti,

e se secondo te quelli che rubano i manubri li usano per fare i rabdomanti,

o se lo scherzo della ruota smontata è una rodomontata per vantarsi,

“non è che io sono l'oracolo di Delfi, ma come mi parli?

Né tanto meno mi chiamo Sibilla se può interessarti”

Scusa, hai ragione, e continuo a scusarmi,

Non è che volevo spazientirti, o per tenere l'assonanza, facciamo: spazientarti

Non è che volevo inzupparti,

volevo solo creare un contesto che fosse un pretesto

per chiederti se c'è un posto in cui ti va di portarmi, o mi va di portarti

oppure se i viaggi che fai sui nuovi autobus a metano rosso-bianchi

sono già troppi stancanti.

Non è che volevo spaventarti,

è che volevo imparentaci

è che volevo traslocarci,

è che volevo i miei e i tuoi spazi

un posto dove poter lasciare i capelli nella doccia sparsi,

dove avresti potuto stare a cucinarci,

dove avremmo visto un cielo cordon bleu a forza di mangiarli,

e dove io avrei fatto calembour più interessanti,

e magari, a fare sempre a gara, tu, avresti iniziato a rinunciarci.

Non è che io adesso a questo “non è che” abbia cominciato ad affezionarmi,

è che ci sono un sacco di periodi e non sapevo come iniziarli.

Non è che fosse mio intento intortarti,

è che non sapevo bene cosa inventarmi,

e speravo in un qualche modo di salvarmi,

se ti dicevo che le mie rime sono fatte

solo di gambe e di braccia, di piombo e di dardi,

perché non è che io sia brava,

è che finiscono tutte in “-armi” o “-arti”.