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Lettere d'amore

Lettera a un amore non corrisposto

di Monica Curotti

Impiegata part time, social media manager part time, mamma full time, scrittrice...sometimes!

Carissimo,
Lascio a questa missiva, che non avrò mai il coraggio di farvi avere, l’arduo compito di esprimere a parole il tumulto che agita il mio cuore ogni volta che vi vedo.
Non vi siete mai accorto della mia presenza, eppure io conosco molto di voi, perfino della vostra intimità. Sono una lavandaia e mi capita, ogni tanto, di avere sotto mano la vostra biancheria. Indumenti ancora profumati e quasi puliti, come ritengo naturale per una persona che non fatica nei campi, anche se le malelingue mormorano che siano passati prima dalle mani di vostra madre, che si vergognerebbe della vostra scarsa cura del corpo. Io so che prediligete prendervi cura dell’anima e non credo affatto alle dicerie.
Vi vedo passare a volte di fretta, a volte a passo lento, meditabondo. Vi vedo osservare la natura con profonda devozione, dal piccolo insetto al ramo fiorito, dall’asinello affaticato alla perfezione dell’uovo.
Vi vedo scrutare le nubi e le loro forme mutevoli, intento a cercare disegni conosciuti. Mi chiedo se ciò che vedo tra le nuvole sia ciò che vedete voi; vorrei apostrofarvi: “Signore, non è forse simile a un cavallo alato? Oh, si è già spostato e ora somiglia più a un’ottomana!”
Vi seguo da lontano e ormai ho imparato le vostre abitudini: camminate con lo sguardo fisso al terreno, determinato a non calpestare nessuna croce formata dai mattoni. Raramente ricambiate il saluto di chi vi incontra, immerso nei vostri pensieri. Vi fermate al negozio di confetti e ne acquistate un cartoccio, che divorate in men che non si dica. 
Abbiamo molto in comune, anche se io non ho un’educazione, se non quella impartitami di nascosto dal mio zio parroco; ma abbiamo lo stesso modo di sentire, di vivere nella natura presente e viva, nello scorrere delle stagioni, sempre uguali, sempre diverse.
Abbiamo la stessa voglia di fuggire dalla vita quotidiana di questo piccolissimo paese, frenata dal timore della vastità del mondo, e di non potercela fare solo con le nostre forze. Oggi ho deciso di scrivervi perché eravamo nel mio luogo preferito, nel nostro preferito, perché voi vi soffermate qui interi pomeriggi, adagiato sull’erba a contemplare i movimenti del cielo o a studiare.
Ho deciso di scrivervi perché il mio cuore ha sussultato quando vi ho udito pronunciare una frase che avrei potuto dire io, se avessi avuto le parole, ma l’avete detta voi, e infinitamente meglio:
Sempre caro mi fu quest’ermo colle...