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I racconti dello scontrino

Un lavoro preciso

di Antonio Orlando

25 anni. Tirocinante presso uno studio legale di Padova. Preferisco il sogno all'utopia perché sognando, almeno, si dorme (Altan).


Era contento! Da quanto non lo era più! Lo chiamavano Abatino perché, bimbo, ricordava Rivera. Non ne aveva avuto l'estro né le fortune. Era impantanato, invece, in una vita un po' grama, sepolto in quello studio cui - al debutto a Giurisprudenza, 32 anni prima - s'era giurato di non consegnarsi. Sfratti, esecuzioni. Nessun entusiasmo, "un attore coscienzioso costretto a recitare una parte non sua". La solitudine iniziava a pesare. A 50 anni, aveva ripreso a usare - come quando era studente - la nutella da 200 cc, adatta a nonne trascurate dai nipoti e a single impenitenti. Lui era penitente, eccome! Da quando Roberta aveva rivolto altrove la sua adorabile sicumera, gli s'era spenta la vita. Però una parte di lui se l'aspettava. Si sentiva fortunato ad averla avuta e aveva messo in conto di doverla perdere. La considerava l'unico, provvisorio successo di una vita: un umile avvocatino aveva avuto la più intelligente, colta, ricca e ovviamente bella di tutte (almeno così gli sembrava, e davvero cadeva dal pero se qualcuno dissentiva!). L'aveva carpito con lo sguardo. Vivace, furbo, appena triste. Lo sognava ancora. Maria sezionava il parmigiano. L'Abatino, in quella Coop che - dietro il Tribunale - gli aveva attutito tante sere senza cena né compagnia, l'aveva notata subito, pur di sfuggita - odiava il formaggio. Le mani affusolate, il piglio deciso, il gusto di un lavoro preciso. Lo sguardo vivace, furbo. Un giorno la trovò in cassa. Era contento! Da quanto non lo era più!